flektogon reviews

unprogged.com:

Non vi gioverà l'impulsività alessandrina per sciogliere questo Nodo Gordiano. Non definirete l'ascolto di questo disco un problema di intricatissima soluzione sonora, che si presterebbe a essere risolto, alla maniera di Alessandro, con un brutale taglio. Pazienza. E meditazione.

Ora sì, adesso siete nel mood adatto alla fruizione. Famelici progster, a volte critici fino al parossismo, calatevi in questa esperienza acustica umili come Gordio, il misero contadino diventato re, entrando per primo a Telmisso sopra un carro trainato da buoi, come l'oracolo predisse. In ringraziamento, suo figlio Mida legò il carro a un palo, e ne assicurò la stanga con un intricato nodo di corteccia di corniolo. Quel nodo che l'impaziente Alessandro Magno recise, ma non scolse.

Ancora una volta, vi consiglio calma e capacità d'udire. Vedrete che risolvere il nodo dedicato alle gesta del re di Frigia sarà un esperienza unica, e non vi interesserà sapere se alla fine sarete riusciti a sbrogliarne la matassa. L'odierna Turchia, terra d'Anatolia, l'antica Frigia: proprio questa terra e la sua scala omonima è legata al suono ancestrale, classico, medioevale, Neue Musik, etnico, psichedelico, canterburyano, ambientale, space rock di Flektogon, nuovo album dei Nodo Gordiano. Il modo frigio è il fil rouge dei numerosissimi e infiniti interplay dei protagonisti (come non pensare a "Set The Controls For The Heart Of The Sun" dei Pink Floyd, e al loro celeberrimo "Live At Pompeii": il brulicare del denso fluido musicale della band capitolina rimanda istantaneamente ai Campi Flegrei) ma non è l'unica caratteristica dell'album.

Il materiale è talmente esuberante che non posso evitare di fornire dei punti di riferimento che poco rientrano nell'assoluta originalità del gruppo, nella personalità artistica innata del quartetto romano, ma che aiutano a manipolare questo nodo se non si ha ancora avuta la possibilità di ascoltare il disco. Andiamo con ordine. Prima di tutto, l'elemento etnico, fondante.

L'influenza di Igor Stravinsky e Béla Bartók (concezioni rivoluzionarie del ritmo esibite nella Sagra della Primavera del primo, acquisizione del patrimonio musicale popolare alla musica colta nell'intera produzione del secondo) si ritrovano intatte in Flektogon ma sotto influenze musicali diverse: lo pseudo-gamelan canterburyano dei Simak Dialog si fonde col saz di Alex & Oriental Experience e l'oud di Rabih Abou Khalil. Gli interventi vocali sono assimilabili al canto modale gregoriano e allo Stockhausen di "Freude für Zwei Harfen" mentre le incursioni elettroniche strizzano l'occhio alla Neue Musik (ancora Karl Heinz Stockhausen, su tutti). Ma la musica del nuovo album del Nodo Gordiano è tanto tradizionale (nel senso più sublime della parola) quanto moderna (sempre nel vastissimo ambito dell'immenso concetto di progressive).

L'uso, il timbro, la dinamica, la voce degli strumenti sono crimsioniani quanto vicini agli psichedelici delyrium years di Steven Wilson e oltre, lambendo sponde space rock care ai nostri Nosound o agli intimisti No-Man.

Un album di livello eccelso, che come tutte le opere di questa caratura, ha bisogno di numerosi, attenti, appassionati, intensi, intelligenti, curiosi ascolti per capire come si sciolga il nodo, o forse per lasciarlo intrecciato in quella meravigliosa e mitologica trama che manterrebbe una sacralità quasi intoccabile.

Marco Gregori