


Storia della Musica.it \ Wonderous Stories : Un paradosso temporale, un trip spiraleggiante dentro i meandri più oscuri dello spazio e, principalmente, del tempo. E’ ciò di cui questo album si prefigge essere il traghetto, un traghetto che non conosce fermate intermedie una volta imbarcati. Tuttavia qui non c’é posto per i romantici: siamo lontani dal Progressive della sua era fiabesca e bucolica. Qui la prospettiva è quella sperimentale, un faccia a faccia con il lato meno agevole del genere: un totale inabissarsi per riemergere vittoriosi, che in passato solo formazioni del calibro di King Crimson, Van Der Graaf Generator, Soft Machine, Hatfield & The North, Henry Cow, ma anche il nostro Banco degli esordi e poche altre hanno saputo compiere. L’album ha il suo cuore pulsante avviluppato attorno alla mastodontica Avventura di Masterna, un viaggio nel viaggio, un’isola nell’isola, che prende inizio sotto l’influenza di un progressive Magmatico e Crimsoniano (era 1972-1973, in contesto improvvisativo live, però), ad alta dose ipnotica, che sa aprirsi a fluttuanti incursioni verso la psichedelia di casa Delerium (la label che ha dato i natali ai Porcupine Tree, per intenderci), supportate da un lavoro siderale a livello ritmico e a livello di tastiere, i cui timbri sono perfetti per accompagnare l’ascoltatore in questa ennesima escursione sonora. Avventura di Masterna è chiusa in mezzo ad un abbraccio ideale, dalle due parentesi “percussive” di Ozymandias Pt.1 e Pt.2, due lavori che costituiscono una sorta di doppio dottorato di ricerca ritmica, solo in parte colorato dalla presenza di altri strumenti. Carlo Fattorini qui fa praticamente tutto da solo: un batterista fantasioso come pochi ne abbiamo in circolazione in Italia. Della parola “tempo” ho abusato in questa recensione e ancora una volta sono costretto a farlo per parlare del brano di chiusura Zeitgeist (espressione in tedesco che indica lo Spirito del Tempo): anche in questo caso siamo moto lontani dalla contemporaneità, in una composizione che funzionerà alla perfezione in contesto live e in cui il gruppo si esprime coralmente, dipanando tutta la propria temerarietà strumentale attorno ad un lungo e ispirato assolo di chitarra. Sono passati dieci anni dall’esordio della band di cui unico reduce è Andrea De Luca, ma la temerarietà resta una loro immutata caratteristica. I Nodo Gordiano più che contribuire ad un utopico futuro della musica in Italia, avrebbero reso maggiormente gloriosi gli anni del Grande Pop Italiano. Stefano Fasti
|







